Le piazze europee del 2026 non sono il 1919 (e cosa guardare davvero)

Folla in una piazza europea al tramonto: le proteste del 2026 e il paragone con il 1919

Francia, Spagna e Italia in piazza da settimane. Il paragone con il primo Novecento regge sugli inneschi, non sugli esiti. Per gli investitori conta il rischio politico-fiscale, e si legge negli spread.

Il paragone che tutti fanno

Da tre settimane le immagini si somigliano: liceali dietro i cassonetti a Lille e Rennes, tende a Puerta del Sol, fumogeni a Torino. E il paragone arriva da solo, sui social come nei commenti dei quotidiani: “sembra il 1919”, “l’Europa come negli anni Venti”. È un paragone suggestivo. È anche, nella sostanza, sbagliato.

Non perché manchino le analogie. Il carovita, la casa, il contagio tra Paesi e la fragilità dei governi sono tutti elementi che il primo Novecento conosceva bene. Ma le analogie riguardano gli inneschi, non gli esiti. E per chi investe conta la differenza tra una piazza che fa cadere un governo e una piazza che fa cadere un regime. La prima si legge negli spread. La seconda, per fortuna, non è sul tavolo.

In questo articolo provo a separare le due cose: dove il paragone storico regge, dove crolla, e quali numeri guardare da qui al 29 novembre, data delle elezioni spagnole.

Tre piazze, tre inneschi diversi

Il primo errore del paragone è trattare le tre mobilitazioni come un’unica onda. Non lo sono. Si alimentano per imitazione, ma partono da cause distinte.

In Francia il detonatore è la scuola pubblica. Le proteste sono partite a fine settembre a Parigi e dalla Bretagna, contro la carenza di personale e le classi sovraffollate, e in due settimane hanno coinvolto oltre 400 istituti. Il 6 ottobre il Ministero dell’Interno ha contato più di 250.000 manifestanti, gli organizzatori circa 450.000. Il bilancio al 5 ottobre, secondo Le Monde, era di 190 studenti, 650 agenti e 78 membri del personale scolastico feriti. Un dettaglio che pesa sulla percezione: NewsGuard ha individuato video falsi o fuori contesto diffusi per gonfiare caos e violenze. Nessuna crisi di governo è legata alle proteste.

In Spagna il detonatore è la casa. Il 23 settembre Maricarmen Abascal, 87 anni, è stata sfrattata dall’appartamento di Madrid in cui viveva da oltre settant’anni. Tre giorni dopo Puerta del Sol era un accampamento. Il 3 ottobre il governo ha contato 70.000 persone in piazza a Madrid, il Sindacato degli inquilini mezzo milione; a Valencia la polizia ha usato lacrimogeni e proiettili di gomma. Il 5 ottobre il Parlamento ha bocciato i due decreti sulla casa di Sánchez, la coalizione si è rotta e il Paese va al voto il 29 novembre. Maricarmen Abascal è morta in ospedale il 7 ottobre.

In Italia il movimento è arrivato per ultimo e per imitazione. Il 16 ottobre gli studenti hanno sfilato in decine di città contro il tetto agli alunni stranieri del decreto scuola, il carovita e lo stato degli edifici scolastici; a Torino ci sono stati scontri, a Verona fermi dopo cassonetti incendiati, e lo slogan era “faremo come in Francia”. Il 17 ottobre gli studenti sono confluiti nel corteo nazionale della CGIL a Roma.

Dove il paragone regge

Il carovita è il parallelo più solido. Il 1919 italiano si apre con i moti contro il caroviveri: saccheggi, requisizioni dei negozi, calmieri imposti dalle Camere del lavoro. Anche la casa ha precedenti precisi, dallo sciopero degli affitti di Glasgow nel 1915 a quello di Barcellona nel 1931. La Spagna di oggi, con un’anziana sfrattata come simbolo e un sindacato degli inquilini che chiede lo sciopero generale, è quasi un calco tematico.

Il contagio transnazionale è il secondo elemento. Nel 1919-20 l’onda attraversò l’Europa per imitazione, dalla Germania all’Ungheria all’Italia, senza un coordinamento centrale. Oggi il meccanismo è lo stesso e corre molto più veloce: lo slogan torinese “faremo come in Francia” dice tutto.

La fragilità dei governi è il terzo. L’Italia del 1919-22 consumò quattro presidenti del Consiglio in tre anni, da Nitti a Facta. La Spagna era nella crisi finale della Restaurazione. Oggi la piazza di Madrid ha già fatto cadere una coalizione, e Parigi vive da due anni di esecutivi precari.

Il quarto elemento sono i vincoli fiscali dopo un grande shock. Allora il debito di guerra, oggi i bilanci appesantiti da pandemia e crisi energetica. In entrambi i casi lo spazio per comprare la pace sociale con la spesa pubblica è stretto, e questo rende i governi più esposti alla piazza.

Dove il paragone crolla

Le analogie finiscono dove cominciano le domande che contano: chi protesta, con quale violenza, contro quali istituzioni. Su queste il 2026 e il 1919 sono mondi diversi.

Dimensione 1909-1922 2026
Chi scende in piazza Classe operaia industriale organizzata, sindacalismo rivoluzionario, partiti che puntano a rovesciare l’ordine esistente Studenti medi, inquilini, ceto medio impoverito; richieste riformiste, nessuno punta al potere
Scala della violenza Morti a decine o centinaia; l’esercito impiegato per l’ordine pubblico Fermi e feriti; nessuna vittima negli scontri nelle fonti consultate
Violenza organizzata di segno opposto Reduci armati e squadrismo: il fattore che trasformò la crisi sociale in collasso del regime Nessun equivalente
Capacità delle istituzioni Stato liberale senza welfare, senza partiti di massa integrati, senza una banca centrale a garanzia del debito Elezioni anticipate in Spagna, corteo sindacale autorizzato in Italia, BCE con strumenti anti-frammentazione

La riga decisiva è la terza. Nel 1919-22 il passaggio dalla protesta al crollo non lo fecero gli scioperanti, ma la violenza organizzata che si mobilitò contro di loro. Di quel fattore oggi non c’è traccia. E senza quel fattore, una crisi sociale resta una crisi sociale: costosa, rumorosa, ma gestibile dalle istituzioni.

Il precedente giusto non è il 1919

Se il primo Novecento è il paragone sbagliato, quali sono quelli giusti? Dipende da una sola variabile: se studenti e lavoratori si saldano oppure no. Il 17 ottobre a Roma, con gli studenti dentro il corteo CGIL, se n’è visto un primo segnale.

Se la saldatura si consolida, il modello è il 1968-69: il maggio francese che da studentesco diventa operaio con dieci milioni di scioperanti, e l’autunno caldo italiano che segue un anno dopo. Fu una stagione lunga, che cambiò i rapporti di forza nel mercato del lavoro e pesò per anni sull’inflazione. Per i mercati non fu neutra: la Francia uscì dal 1968 con una crisi del franco e la svalutazione dell’agosto 1969, l’Italia con una lira sotto pressione e una spirale salari-prezzi che durò un decennio.

Se invece il movimento resta studentesco e su temi specifici, i precedenti sono altri: la Francia del 1986 contro la riforma Devaquet, ritirata dopo la morte di Malik Oussekine; la Francia del 2006 contro il CPE, ritirato dopo due mesi di cortei; la Spagna del 2011, il 15-M partito dall’accampamento di Puerta del Sol, la stessa piazza di oggi. In tutti e tre i casi il governo cedette o cambiò, e nessuno dei tre lasciò un segno misurabile sui mercati: nel 2011 lo spread spagnolo saliva, ma per la crisi dell’euro, non per le tende alla Puerta del Sol.

La lezione è che il mercato distingue bene tra una piazza che chiede una legge e una piazza che cambia i rapporti di forza economici. Finora siamo nel primo caso.

Cosa guardare sui mercati

Il canale che conta per chi investe non è il rischio “rivoluzionario”, ma quello politico-fiscale: governi che cadono o che comprano la pace sociale con spesa che non possono permettersi. Questo rischio ha un prezzo quotidiano, lo spread sul Bund, e nelle ultime tre settimane si è mosso.

Spread 10 anni vs Bund 2 ottobre 7 ottobre 16 ottobre
OAT (Francia) 149 pb 132 pb 137 pb
BTP (Italia) 126 pb 111 pb 107 pb
Bonos (Spagna) 66 pb 63 pb 60 pb

Letture di apertura, fonte QuiFinanza; OAT del 16 ottobre confermato da Ideal-Investisseur a 137,4 pb.

Tre osservazioni. La prima: lo spread che più riflette le piazze è quello francese, non perché le proteste abbiano mosso i prezzi, ma perché restringono ulteriormente il margine di un bilancio con deficit sopra il 5%. L’OAT è ai 137-144 punti anche nei giorni di piazze calme, e questo dice che il mercato prezza la fragilità strutturale di Parigi, non le cronache del giorno.

La seconda: la Spagna è il caso più interessante perché la piazza ha prodotto un esito politico concreto, la caduta del governo, e il Bonos non se n’è quasi accorto. Lo spread è sceso da 66 a 60 punti nelle due settimane in cui Sánchez perdeva la maggioranza. Il mercato dice che una Spagna che cresce sopra la media europea può permettersi una campagna elettorale. Il test vero sarà il 29 novembre: un risultato che renda difficile formare un governo, o una campagna giocata su promesse di spesa per la casa, sono i due scenari che potrebbero cambiare questa lettura.

La terza: in Italia lo spread è salito a 126 punti il 2 ottobre e poi è rientrato, ma il movimento è venuto dal Bund e dal Medio Oriente, non da piazza. Il differenziale resta comunque una trentina di punti sopra i livelli di settembre. Finché la protesta studentesca italiana non trova una sponda sindacale stabile, non è lo spread a doverla raccontare.

Cosa monitorare da qui a fine novembre, in ordine di importanza: il livello dell’OAT, con 150 punti come soglia che riporterebbe la Francia al centro dell’attenzione; i sondaggi spagnoli e la capacità di formare un governo dopo il voto; la risposta del governo italiano al decreto scuola e l’eventuale saldatura con i sindacati confederali.

La mia view

Il paragone con il primo Novecento va usato per quello che è: un’analogia sugli inneschi, utile per capire perché il malcontento corre da un Paese all’altro, non uno scenario su cui costruire un portafoglio. Le istituzioni europee del 2026 assorbono la piazza, non la subiscono, e il mercato lo sa: il Bonos si è stretto mentre cadeva un governo.

Il rischio da prezzare è più prosaico e più concreto. È la Francia che non riesce a tagliare il deficit con 450.000 persone in strada, è la Spagna che potrebbe uscire dal voto senza una maggioranza, è l’Italia che dovrà decidere se e quanto cedere sulla scuola. Tutto questo si legge negli spread, non nei libri di storia. Chi ha duration sui periferici europei farebbe bene a tenere l’OAT sotto osservazione più del BTP, e a non confondere il rumore delle cronache con il segnale dei prezzi.

Fonti e date di rilevazione

Proteste: Il Post, 30/9/2026; Il Post, 8/10/2026; Eunews, 7/10/2026; Eroica Fenice; Il Post, 28/9/2026; Reuters via Internazionale, 3/10/2026; L’Espresso, 8/10/2026; RSI; Open, 16/10/2026; LaPresse, 16/10/2026.

Spread: QuiFinanza, 2/10/2026; QuiFinanza, 7/10/2026; QuiFinanza, 16/10/2026; Ideal-Investisseur, 16/10/2026. Dati rilevati in apertura di seduta alle date indicate. I riferimenti storici sono da conoscenza storica generale; le conseguenze di mercato del 1968-69 sono indicate in forma qualitativa.

A cura di Andrea Angelini, Global Wealth Advisor.


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