C’è un momento, in ogni discesa dei mercati, in cui vendere sembra l’unica cosa sensata da fare. Il portafoglio è in rosso, i titoli dei giornali parlano di catastrofe imminente, e ogni fibra del corpo chiede di mettere in salvo ciò che resta. La primavera del 2026 ne ha offerto un promemoria perfetto: tra fine gennaio e fine marzo l’indice S&P 500 ha perso quasi il 10% dal suo massimo, mentre il conflitto tra Stati Uniti e Iran faceva schizzare il petrolio di oltre il 60% e i titoli parlavano della chiusura dello Stretto di Hormuz. In quelle settimane, spostare tutto sulla liquidità sembrava prudenza. Poi, alla fine di marzo, le voci di una tregua hanno acceso il rimbalzo, e l’indice ha messo a segno la sua seduta migliore da aprile 2025 — a pochi giorni di distanza dal punto di massimo panico. Chi era uscito, quel rimbalzo se l’è perso. Questo articolo, secondo della nostra serie sulla finanza comportamentale, spiega perché il drawdown fa così male e perché venderci dentro è quasi sempre l’errore più costoso che un investitore possa commettere.
| Tema | Perché non liquidare il portafoglio durante un drawdown (calo dal massimo precedente) |
| Il meccanismo | I giorni di mercato migliori si concentrano in mezzo ai peggiori: distanza mediana di 7 giorni |
| Il dato | 10.000 $ nell’S&P 500 dal 1999 → 75.242 $ restando investiti; 33.473 $ perdendo i 10 giorni migliori |
| Il bias in gioco | Avversione alle perdite: una perdita pesa circa il doppio di un guadagno equivalente |
| In una riga | Non puoi incassare il rimbalzo se sei uscito per evitare il crollo: i due eventi sono lo stesso evento |
Cos’è un drawdown e perché fa così male
Un drawdown è semplicemente la distanza tra il valore attuale del portafoglio e il suo massimo precedente: la misura di quanto si è scesi dai picchi. Sul piano matematico è un numero neutro; sul piano psicologico è una ferita. La finanza comportamentale spiega perché con il concetto di avversione alle perdite, formalizzato da Kahneman e Tversky: il dolore di perdere una certa somma è avvertito con un’intensità circa doppia rispetto al piacere di guadagnarla. Ne consegue che un calo del 10% non pesa come un guadagno del 10%: pesa molto di più, e spinge ad agire. A questo si aggiunge l’avversione miope alle perdite: più spesso si controlla il portafoglio, più drawdown temporanei si osservano, più forte diventa la tentazione di intervenire. Chi guarda il conto ogni giorno vive decine di piccole discese che chi lo guarda una volta l’anno non vedrebbe nemmeno. Il drawdown, insomma, non è pericoloso in sé: è pericoloso il comportamento che induce.
Il costo di uscire: i giorni migliori vivono in mezzo ai peggiori
La ragione per cui vendere durante un drawdown costa caro è controintuitiva ma solidissima: le sedute migliori del mercato tendono a verificarsi proprio nel cuore delle fasi peggiori. Un’analisi di Wells Fargo sui trent’anni fino a metà 2025 mostra che, delle dieci migliori giornate dell’S&P 500, nove sono avvenute durante recessioni e sei anche in pieno mercato orso; una sola, in tre decenni — il 9 aprile 2025 — è capitata durante una semplice correzione di un mercato toro. Le grandi risalite, cioè, non arrivano quando tutto è calmo: arrivano quando tutto sembra perduto. Il costo di perdersele è enorme. Secondo i calcoli riportati a inizio 2026, 10.000 dollari investiti nell’S&P 500 il 31 dicembre 1999 sarebbero diventati 75.242 dollari restando sempre investiti, attraversando bolla tecnologica, crisi finanziaria e pandemia. Perdendo soltanto le dieci migliori sedute di quel quarto di secolo, il risultato crollerebbe a 33.473 dollari — meno della metà. Perdendone venti, si scenderebbe a 19.443 dollari. E siccome, come nel 2026, la seduta migliore arriva spesso a pochi giorni dal minimo, chi vende nel panico non si perde una data astratta: si perde precisamente il rimbalzo che stava aspettando.
Ma il grafico che vi mostrano è un po’ baro
Qui va fatta un’operazione di onestà intellettuale, perché la statistica dei “giorni migliori” viene spesso brandita in modo scorretto dall’industria per spaventare il risparmiatore e tenerlo fermo. Un’analisi di Morningstar aggiornata a marzo 2026 ridimensiona la retorica: la penalità per essersi persi le dieci migliori giornate vale circa il 2,40% annuo, ma il premio per aver evitato le dieci peggiori vale il 2,66% annuo. La differenza netta tra i due scenari è appena 26 punti base l’anno. In altre parole, se davvero si potessero evitare le sedute peggiori, il danno di perdere qualche seduta migliore sarebbe più che compensato. Il punto vero, allora, non è che i giorni migliori siano magici: è che non si possono separare dai peggiori. La stessa analisi calcola che la distanza mediana tra una delle dieci giornate peggiori e una delle dieci migliori è di sette giorni. Sette giorni. Nessun investitore in carne e ossa esce dopo un crollo e rientra con precisione chirurgica una settimana dopo, sul minimo, giusto in tempo per il rimbalzo. Il market timing non fallisce perché i best days sono irripetibili, ma perché best e worst days sono lo stesso grumo di volatilità, e chiunque provi a schivare l’uno finisce per mancare l’altro.
Cosa fare invece di vendere
La difesa contro il drawdown non si costruisce durante il drawdown, ma prima. Il primo presidio è avere un piano scritto, definito quando i mercati sono calmi, che stabilisca in anticipo come ci si comporterà quando scenderanno: è la ragione per cui un piano finanziario tiene proprio quando il mercato crolla. Il secondo è ridurre la frequenza con cui si guarda il portafoglio, disinnescando alla radice l’avversione miope alle perdite: chi controlla trimestralmente prende decisioni migliori di chi controlla ogni ora. Il terzo è trasformare il calo in un’occasione meccanica anziché emotiva, ribilanciando verso l’allocazione target — il che significa, per costruzione, comprare ciò che è sceso — invece di liquidare. Il quarto, il più importante, è dimensionare il rischio ex ante: la quota azionaria va scelta a mente fredda in misura tale da poter sopportare psicologicamente un drawdown del 30-40% senza vendere, perché un portafoglio che si è costretti ad abbandonare sui minimi è, qualunque fosse il rendimento atteso, il portafoglio sbagliato. Il vero antidoto al panico non è il coraggio nel momento della discesa: è la struttura decisa prima che la discesa arrivi.
Il mio punto di vista
Considero la gestione del drawdown la prova del nove di ogni strategia d’investimento, perché è il punto in cui la teoria incontra lo stomaco. Ho visto portafogli tecnicamente eccellenti distrutti non dai mercati ma dal loro proprietario, che ha venduto nel momento sbagliato per l’unica ragione che non sopportava più di vedere il rosso. La mia convinzione è che il compito di un buon consulente — e di un investitore maturo con sé stesso — non sia prevedere i drawdown, cosa impossibile, ma renderli sopportabili: costruendo un’allocazione calibrata sulla reale tolleranza emotiva, non su quella dichiarata a mercati in salita, e fissando le regole di comportamento prima che servano. Sono critico, però, verso l’uso ricattatorio della statistica dei “giorni migliori”: va spiegata per quello che è — la prova che il timing è quasi impossibile, non un talismano per giustificare qualsiasi prodotto illiquido — altrimenti si sostituisce un bias con un altro. La lezione del 2026, con il suo crollo di primavera e il rimbalzo lampo, è la stessa di sempre: il mercato non premia chi indovina il minimo, ma chi resta seduto abbastanza a lungo da non doverlo indovinare.
Questo pezzo prosegue il percorso avviato con la finanza comportamentale al servizio dell’investitore e si lega a quando il mercato crolla, il piano tiene. Per monitorare le posizioni senza controllarle ossessivamente si può usare il Portfolio Tracker.
Il presente contenuto ha finalità esclusivamente informative ed educative e non costituisce consulenza finanziaria, raccomandazione personalizzata né sollecitazione al pubblico risparmio ai sensi della Direttiva 2014/65/UE (MiFID II). I dati storici e statistici sono verificati alle date indicate e si riferiscono all’indice S&P 500; le performance passate non sono indicative di quelle future e non tengono conto di costi e fiscalità. Ogni decisione di investimento deve essere assunta sulla base della propria situazione patrimoniale e del proprio profilo di rischio, previa consulenza personalizzata.
